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mercoledì 20 gennaio 2010

Turbak, la terza parte...

"Riparto domani sera..."
"Si. Lo so."
E abbassai lo sguardo per non tradire la rabbia per quel figlio che forse non avrei mai più rivisto.
"Mio fratello non è ancora arrivato?"
"Non so dove sia, non ho potuto avvisarlo."
"Arriverà. Mamma lo ha fatto. Arriverà."
Cosi capii che Marta aveva avvisato i suoi figli che stava per morire. E loro, perché non erano corsi prima che morisse? Che razza di anima hanno questi figli tuoi, Marta?
"Mamma ci ha fatto giurare di non venire prima. Non voleva..."
Come se mi avesse letto nel pensiero il mio ragazzo aveva risposto.
E tu che razza di madre sei, che muori senza vedere i tuoi figli?
La testa stava per scoppiare.
Misi sul fuoco il caffè. Sentii la voce di Marta, mescolata con la sua, dire mentre si sedeva: "Attento agli schizzi!"
Lo guardai con occhi curiosi, questa volta. Era uno dei tormenti di Marta, quello degli schizzi della vecchia caffettiera italiana.
"Mamma voleva che rimanessi solo tu con lei."
Mentre beveva il suo caffè, non alzò mai gli occhi dalla tazza.
Poi sfilò dalla tasca una busta. Riconobbi la scrittura di Marta nello spazio dell'indirizzo. La aprì e sentii mancare il respiro.
C'era una foto, una mia vecchia foto. Stavo seduto in veranda, con il sassofono tra le mani e sorridevo. Erano due condizioni anche solo difficili da ricordare, adesso.
Sul retro della foto Marta aveva scritto: "Tuo padre ha bisogno di te..."

Mi ricordai del sassofono e del monte dei pegni.
Il denaro era servito per qualche riparazione in casa, qualche piccolo acquisto. Cambiai anche due vetri nel negozio, e il "tubo" sparì. Marta non lo seppe che parecchio tempo dopo.
La sera scendevo come sempre in cantina. Cominciai a restar seduto a fissare il muro. A volte mi appisolavo sulla vecchia poltrona. Stringevo tra le dita la pipa di mio nonno.
Una pipa che non avevo mai fumato e di un nonno che non avevo mai conosciuto. L'avevo trovata in un cassetto, quando avevamo preso questa casa. Sapevo che questa casa era stata a lungo disabitata, appartenuta a due anziani del paese.
Così considerai quella casa come quella dei miei nonni. Lo feci mentre radunavo le loro cose dai cassetti e dagli armadi. Cose che i loro figli avevano lasciato, abbandonato.
Mi convinsi di appartenere a quella famiglia mai conosciuta.
Parecchi anni dopo, portai tutto quello che avevo raccolto e conservato in piccole scatole di cartone bianco, al centro del cortile per un falò. L'ennesimo taglio con un passato che comunque non esisteva.
La cantina era il mio rifugio, ma anche l'anticamera della fine.
A poco a poco cominciai a togliere tutte le cose mi identificavano.
Dopo il "tubo", mi liberai delle stampe, dei dischi, degli spartiti. I libri resistevano. Così feci un elenco e a gruppi di venti li chiudevo in scatole su cui scrivevo i titoli e gli autori. Li accatastai dietro la porta e sono ancora lì. Ancora, dopo tanti anni e tanta umidità. Speravo in cuor mio che almeno uno dei miei figli sarebbe tornato, magari dopo la mia morte, e ne avrebbe preso possesso. E con loro, un pezzo di me. Con tutta l'umidità...

Ma la cantina si svuotava, come la mia anima. Il tempo passava. I figli crescevano, come tutti i bambini.
E per me era una discesa all'inferno, senza tregua e senza patti.
Lei mi guardava spesso di nascosto mentre stavo seduto in giardino. Sentivo i suoi occhi sulla mia figura. Li sentivo cercare il mio sguardo perso oltre quella mezza collina di fronte a casa.
Oltre quella mezza collina c'era il mare. Il mare da dove ero venuto. Marta sapeva che che non me sarei mai più andato, anche se non sopportavo più la mia vita a Turbak.

venerdì 8 gennaio 2010

La miseria è il peggior nemico

La miseria è il peggior nemico.
Hai un bel dire che i soldi non sono tutto nella vita, non danno la felicità.
Stronzate!
Stronzate inventate dai ricchi per tener buoni i poveri. E che, se avevo i soldi stavo qui, di notte con una pala a scavare nella terra umida?
Stronzate!
Scava... scava... che di notte la paga è doppia. Il giorno così posso andare al mercato a scaricare carri di frutta o farina. O a segar legna rischiando dita e mani per la stanchezza che mi fa chiudere gli occhi.
Quattro soldi e a casa, a mangiar patate e zucca.
Poi di nuovo la notte con la pala e la terra umida.
Attento! Presto!
Lo hanno messo stamattina, possiamo farlo solo stanotte o la prossima...
E lui al caldo, in macchina, a fumar buono.
Mica tabacco marcio come il mio.
E mani curate, vestiti che profumano di fresco e scarpe lucide.
La miseria è il peggior nemico.
Povero, ma con dignità!
Stronzate!
Che dignità c'è nella terra umida di questa pala e in questo odor di muschio andato a male e in questi vermi grandi come sigari.
E lui al caldo, in macchina.
Una di queste notti tolgo la terra anche a lui, e riderò frugando nella sua bocca dopo aver aperto la bara.
"Non puoi dirmi di no."
"Devi venire. Mi fido solo di te."
Per forza... sono disperato.
Dove lo trovo uno che paga? E tu, dove lo trovi uno che scava senza far domande.
"Siamo fatti uno per l'altro."
E allora perché io ho le scarpe piene di fango e a lui luccicano anche le suole?
“Non perdere tempo, non si sa mai.”
Cristo, potrò almeno pensare mentre faccio questo schifo di lavoro!
Mica posso pensare quando sego la legna. Lì devo concentrarmi, pensare alla sega circolare, non perdermi nel rumore martellante del suo motore che gira. Spacca il cervello e il cuore.
"Stamattina sono stati due. Doppia paga. Dai, non farti pregare."
La miseria è il peggior nemico.

giovedì 17 dicembre 2009

Turbak - Seconda Parte

La seconda parte del racconto Turbak, che per molti era già finito...


Non ho mai tradito mia moglie.
O meglio, è successo solo una volta in tanti anni. Ed è stato tanto il senso di colpa da aver rimosso quella storia.
Erano i primi giorni della malattia. Vivevo spossato da tanta rabbia e veleno.
Arrivò dalla città la sorella più giovane di Marta per conoscere la situazione. "La Signora", come l'avevamo simpaticamente ribattezzata.
C'era tra le quattro sorelle un affetto penso smisurato, ma anche la paura di dimostrarlo. Si faticava molto quando erano tutte presenti, tra silenzi, sbuffi e ripicche.
Ma la sera quando dopo cena calava il sole e si rimaneva tutti seduti a sentir musica o a vedere qualche film succedeva qualcosa di magico. Era come se una noce si richiudesse e dentro si accendesse una luce. Lo vedevo dai loro occhi. Era come se tornassero bambine. C'era la gioia silenziosa, c'era l'eccitazione di far tardi, c'era l'armonia nel senso più puro del termine.
Ne avevo parlato una volta con Marta, ma lei non mi aveva risposto. Aveva solo abbassato lo sguardo e sorriso. Forse non sapevo tutto di loro.
"La Signora" si offrì di rimanere un paio di giorni. Mia moglie era stanca e debole. Le medicine finivano di togliere forza a quel corpo minuto e si coricava presto la sera.
Seduto sulla panca del giardino, fissavo come sempre l'erba crescere libera da tre settimane.
Con la sigaretta in una mano e un bicchiere di vino nell'altra Emma mi raggiunse e si sedette sul pavimento di legno vicino ai miei piedi e con le spalle appoggiate alle mie gambe. Il contatto fu fatale.
La mattina successiva sembrò lasciare a me il peso del rimorso.
Non ne abbiamo mai parlato, ne tra noi uno sguardo ha mai stabilito la verità.
Ero io che avevo bisogno di lei o lei che aveva bisogno di me?
Per come mi sentivo dopo, entrambe le domande erano sbagliate.

Ricordo i primi tempi. Chissà perché i ricordi si fissano sempre sui primi tempi. E anche le rivendicazioni.
Marta mi aspettava sveglia quando stavo in cantina sino a tardi per suonare il sax sui pochi dischi che mi erano rimasti.
Poi un giorno decisi che non avrei più suonato. Presi quello che oramai per me era diventato "il tubo" , lo rinchiusi nella custodia in pelle marrone e lo portai in città al monte dei pegni, ben sapendo che non lo avrei riscattato.
Trattai con l'impiegato come mai avevo fatto in tanti anni di commercio. Presi il denaro, lasciai la ricevuta sul bancone, a conferma della mia sconfitta, con lo sfinito impiegato che mi richiamava.
Tornando a casa, in treno, piansi dietro un paio di occhiali scuri.
Qualcuno mi guardava. Tolsi dalla tasca della giacca una vecchia busta listata di nero, quelle che si danno in occasione dei funerali. Con quella nelle mani ero più tranquillo, avevo una scusa, un motivo per non essere giudicato, al massimo commiserato.

"Papà..."
Mi svegliai, girando piano la testa di lato.
Dal mio punto vedevo solo le scarpe nere e lucide. Non riconobbi subito la voce e così soffocai l'urlo con il nome di uno dei miei due ragazzi, temendo di sbagliare. Mi tirai su dalla panca e tesi le braccia verso di lui. Ma lui rimase fermo.
Ancora una volta, come da bambino. Ancora una volta come quando si arrabbiava con me per qualche ingiustizia subita.
Guardai i suoi occhi. Tristi più dei miei ..... pensai. Fui tentato di voltarmi e andarmene dentro, chiudendomi la porta e la sua figura alle spalle. Pensai anche che sua madre non sarebbe stata contenta.
Mi accorsi che ancora una volta staccavo la figura di sua madre da quella di mia moglie. Come se fosse insopportabile pensarle sovrapposte.
Ma non mi voltai, cercando il suo sguardo di bambino, quello di un tempo lontano.
"Mamma è morta..." dissi.
Lui lasciò cadere la valigia e fece un passo verso di me. Fu una liberazione, credo per entrambi. Gli occhi che si bagnavano e i singhiozzi che rompevano il silenzi della veranda.
Misi un braccio sulle sue spalle. Mi accorsi del tempo passato dal suo fisico robusto. Da piccolo era gracile e potevo sollevarlo con una mano.
Le sue lacrime avevano lo stesso odore di quelle della madre. Un odore che conoscevo bene, anche troppo bene.
"Fa freddo ormai, entriamo dentro".

lunedì 9 novembre 2009

"TURBAK" di Roberto Orsetti

Sono seduto da due ore su questo sasso, e sento il rumore dei miei pensieri e del mare.
Se fossi una bella ragazza avvolta in uno scialle bianco, questo sasso sarebbe uno scoglio misterioso e il mare un compagno di chissà quale malinconia. Invece sono un uomo, di quasi 50 anni e con gli occhi persi nell'orizzonte di questa altra mattina.
Un uomo con due figli non so dove e una donna sotto una coperta di terra e erba da tre giorni. Non ho mai pensato di sopravviverle, non ho mai pensato a giorni come questi.
Non ci ho mai pensato e forse è per questo che sono così irreali e irrimediabilmente reali.
Mia moglie è morta. Occorre dare alle cose il proprio nome, non devo dire "se ne è andata", o altre stupidaggini. Mia moglie è morta. La donna che ha diviso la sua vita con me per trent'anni non è più qui, accanto alla mia ombra. Ha assistito incredula al mio fallimento di uomo, di padre e quant'altro possa appartenere alla categoria della persona.
Ha visto sfumare le nostre ambizioni, i nostri sogni. Ha visto sparire i nostri figli verso terre diverse e più accoglienti. Ha visto la sua fine nelle mie lacrime mentre le stringevo le mani per l'ultima volta.
Quando l'ho conosciuta trent'anni fa era bella come adesso. Piccola e magra, con occhi decisi e innamorati della vita.
Io andavo girando con il mio sassofono sulle navi da crociera, cercando il modo per sfinirmi in fretta, dopo la morte di mio padre. Mia madre ci aveva lasciati qualche anno prima cercando di dare un secondo figlio a mio padre. Lui voleva una famiglia numerosa, ma sfortunatamente mia madre non era nata per quello. Così all'ennesima gravidanza e quando avevo tredici anni il suo fisico non ce la fece più e si lasciò morire dopo aver saputo che mio fratello mi avrebbe lasciato ancora una volta figlio unico.
Mio padre cercò di sopravviverle per amor mio o per dovere nei miei confronti.
Appena preso il diploma di ragioniere mi chiamò e mi parlò credo per la prima volta guardandomi negli occhi. Non scorderò mai quel giorno, quello sguardo e quella voce. Usò un tono che non gli conoscevo.
"Ora sei in grado di badare a te stesso. Io non so se sei un uomo, se lo sarai o se resterai seduto a guardare il tempo. Ma io non posso restare al tuo fianco, tua madre ha bisogno di me. O così mi fa comodo credere."
Avevo trovato un lavoro e perso un padre. Avrei preferito masticare le pietre pur di averlo ancora accanto, ma lui se ne andò pochi mesi dopo mentre ero al lavoro.
Cominciai a odiare quel lavoro che mi aveva tenuto lontano da lui, scaricai sui miei colleghi tutta la rabbia per non essergli stato vicino, e così appena conobbi il signor Vincenzo me ne andai.
Il signor Vincenzo era il mio capo orchestra. Chiamarla orchestra era arduo, visto che eravamo solo cinque, ma lui aveva un valido e valoroso passato da difendere e così tutti quelli che lo conoscevano mostravano rispetto anche per le sue ingenue bugie. Metà dei posti dove diceva di aver suonato era frutto della sua fantasia, ma credergli non costava nulla e lui era così sereno nel sederti accanto che a nessuno sarebbe venuto in mente di contraddirlo.
Accettai subito il ruolo di sassofonista, ma soprattutto di segretario tuttofare. Ero il giovane di turno e mi toccava, comunque contento di lasciare la terra del dolore. In mezzo al mare cosa poteva accadermi?
Non potevamo frequentare i passeggeri, non potevamo avere storie con il personale, dovevamo solo suonare e guardare il mare. Andava benissimo.
Spesso dopo aver suonato, alle quattro o alle cinque del mattino. mi sedevo sul ponte avvolto in mille coperte. Ogni volta era un'alba diversa. Diversa la latitudine, la longitudine, il cielo, le stelle. Forse anche io ero diverso ogni volta. E mi ritrovavo addormentato con gli occhi bagnati, il bisogno di perdersi e ritrovarsi il giorno dopo come sempre infelice.
In una delle poche volte volte che scendevo a terra, per comprare qualche libro o qualche disco di jazz, entrai in un caffè dal nome familiare: "Il posto della luna".
Uno dei rari sussulti, spinsi con timore la porta e trovai posto vicino al bancone. Ordinai del caffè credo e della crostata, poi cominciai a leggere. Avevo quasi timore di alzare gli occhi, di guardarmi intorno. Avevo paura di trovare qualcosa di mio, qualcosa che mi avrebbe inchiodato a quei ricordi che solo la notte accettavo. Era strano, ma io ero già stato in quel posto, o lo avevo immaginato così.
Poi tirai su la testa e la vidi, al tavolo di fronte. Aveva un giornale aperto davanti e una tazza di the in una mano. I capelli legati dietro mettevano in mostra il suo viso, il più bello che avessi mai visto. Dimostrava più anni di me, ma non per il tempo che era passato. Per il suo modo sicuro di muovere le labbra sulla tazza, per le dita sicure che la tenevano, per le gambe nella gonna lunga e blu che intravedevo. Poteva avere mille anni per come riempiva la mia mente. O poteva essere la mia bambina appena nata...
Le sorrisi quando volse lo sguardo verso di me. Un sorriso che lei ricambiò, con cortesia tipica delle persone serene. Fu così che mi alzai, mi avvicinai e misi nelle sue mani i miei occhiali da vista. Non saprò mai cosa dissi e cosa lei rispose, ma ricordo la sua risata dolce e soffocata.
Camminai accanto a lei per tutta la mattina e dopo averla salutata, tornai dal signor Vincenzo. Lo abbracciai, presi il mio sassofono e la mia roba. Scesi dalla nave e pensai che non sapevo nemmeno il nome del posto dove ero sbarcato.
Non che mi importasse, ma se dovevo rimanere mi sembrava naturale doverlo sapere. Così cercai il modo per scoprirlo senza dover fermare qualcuno per strada. Ma non trovai nulla che mi aiutasse, e così raggiunsi la casa di Marta. La chiamai, si affacciò stupita alla finestra e le dissi: " Visto che debbo rimanere, posso sapere come si chiama questo posto?".
Immaginai risposte incredibili e romantiche, ma lei disse solo "Turbak".
Pensai che non era un buon nome, che sulle lettere non avrebbe fatto una gran bella figura, ma che mi dovevo adattare.
Nei miei ricordi non esiste altro di quel periodo, di come ci trovammo a dividere la nostra vita e di come decidemmo di trasferirci in un paese vicino sempre sulla costa. Qualcuno ci aveva detto che sarebbe diventato un porto turistico, che si poteva lavorare e far soldi con una pensione o con un negozio. Aprimmo una specie di bazaar, un posto dove potevi trovar tutto quello che avevi scordato a casa facendo le valigie.
Gli anni passarono, ma i turisti erano pochi. Il negozio continuava a fatica. Marta era sempre ottimista e io passavo il mio tempo a riordinare le merci o la cantina. Avevo un piccolo orto. Vennero due figli, due maschi e amai ancora di più Marta, che cresceva i bambini e accettava la nostra vita povera.
Dopo la scuola obbligatoria i ragazzi non vollero continuare gli studi. So che dissero alla madre che non avremmo potuto pagare gli studi e decisero di andare a lavorare. Con sgomento scoprii che volevano arruolarsi in Marina, che sarebbero partiti e che li avrei rivisti solo poche volte l'anno.
Facciamo i conti del tempo, tre anni con Marta e poi due figli con un anno di differenza. Ora uno ha 27anni e l'altro 26. Sono riuscito solo ad avvisare il primo, l'altro non so dove stia.
Sono sei anni che non li vedo, solo qualche lettera alla madre. Non ho mai parlato troppo con i miei figli, ma speravo in qualcosa di diverso.
Ho pensato in questi tre giorni che mi sarebbe piaciuto vedere che arrivavano e che mi abbracciavano. Che mi avrebbero perdonato chissà cosa, che non avrei pianto quando c'erano loro, che mi avrebbero chiesto di vedere le foto degli ultimi anni...
E mi tornano in mente i giorni passati al negozio con la rabbia che mi rodeva, con il ritmo delle dita sul vecchio sassofono immaginato davanti a me. La sera poche parole e qualche passeggiata nella piazza del paese, dove i benestanti ti salutavano a fatica, perchè ero il bottegaio, lo straniero che sorrideva a tutti dietro al bancone, ma al quale non si poteva dar troppa confidenza.
Mi ero convinto che non mi meritassero e che l'errore fosse stato fatto in partenza. Non vedevo così l'ora di vendere tutto e ritirarmi in giardino a guardar crescere l'erba.
Le ho fatte pesare eccome queste cose su mia moglie e sui miei figli. Lei non ha perso mai la voglia di amarmi, e io posso dire di non aver mai smesso di amarla come il primo giorno.
Anche ora che sento l'acqua salire alle mie gambe, toccar le ginocchia mentre cammino e perdo l'equilibrio sui sassi, mentre cerco anche io di sparire.

(il racconto Turbak è stato pubblicato nel 2008 nell'antologia "... Storie di carta" per le Edizioni Del Poggio)

mercoledì 21 ottobre 2009

GIORNI DI SILENZIO

Ok.... sto arrivando di cottura....

Dall'inizio del mese di ottobre abbiamo avuto una decina di eventi sismici con magnitudo dal 2 al 3,5. Non consideriamo le altre scosse, per esempio le trenta del giorno 7 ottobre dalla mezzanotte alle sette, di grado inferiore, buone, si dice, solo per le statistiche.

Non sono nervoso, sono terrorizzato. Perché dovrei far finta di nulla, fare il coraggioso? Il coraggio può salvare, ma non credo sia questo il caso.
In questa nazione dove tutti diventano allenatori di calcio, capo del governo, capo dell'opposizione, Briatore o Montezemolo a seconda delle necessità o delle presunte virtù, adesso sono circondato da sismologi, saggi, geofisici, geologi, sciamani, portatori sani di sfiga, esperti in si stava meglio quando si stava peggio.

Ma io non sono nervoso, sono terrorizzato. E leggo. E più leggo più sono terrorizzato.

Perché leggere di terremoti, di sistemi di previsione, di radon, di magnitudo etc... etc... è come leggere il foglietto che sta nella confezione delle medicine. Dopo due righe alla voce "Controindicazioni" o smetti di prenderle o hai tutti i sintomi delle succitate.
Così dovevano sentirsi quelli d'Abruzzo, così cominciamo a sentirci noi dopo otto giorni.
E tutti parlano dell'Abruzzo, perché le analogie, dati alla mano, ci sono.
Ma io non sono un geologo, né un geofisico, né un sismologo, né uno sciamano, né un saggio.
Sono solo uno terrorizzato. Sono uno che la notte tiene gli occhi chiusi per far finta di dormire, le orecchie aperte ai rumori e ai cani, la borsa vicino al letto, ormai un letto improvvisato, con le piccole cose che mi devo sempre tenere a portata di mano.
E penso solo al rumore, quel rumore. Che mi fa scattare imprecando a bassa voce, che mi porta vicino ai miei ragazzi, per calmarli, rincuorarli, guidarli se necessario, parlando come se niente stesse succedendo.
Poi dopo quei secondi, quei minuti, ci si accascia.
Prendo fiato, cerco di regolarizzare il mio battito e la mia pressione ballerina.
Perché sono ancora una volta terrorizzato.
E non posso far a meno di pensare alla tavola rotonda.
Non quella di Re Artù, dai....
Quella con i sismologi, i saggi, i geofisici, i geologi, gli sciamani, i portatori sani di sfiga, gli esperti in si stava meglio quando si stava peggio. E spero di esserci, con tutti. Con tutti noi e voi.

(nota del bloggatore : ecco perchè in questo periordo non scrivo quasi niente, o meglio scrivo solo di catastrofi....)

martedì 1 settembre 2009

LA FALIDA : l'antica leggenda ritorna?

Era la terza volta che andavo in Giappone ed ero finito a casa di un vecchio mercante di mobili quando il tempo era cambiato improvvisamente scaricando acqua e vento sulla sua casa vicino a Tokyo.
"Voglio tornare al mio albergo. Stasera."
"Non puoi, Signore. Nessuno ti porterà stasera. Con questa pioggia e questo vento nessuno ti accompagnerà".
"E perché mai? La strada è sparita?
"No,Signore".
Scosse il capo e abbozzò un mezzo sorriso. Un altro colpo di vento gettò acqua sulla finestra.
"Non è per le condizioni della strada,è per la Falida".
"Lascia che ti dica. La Falida è la paura,lo spavento,il panico. Una volta che lo sai non lo puoi dimenticare. Ovunque tu sia,se chiudi gli occhi,la Falida si ricompone nei tuoi occhi".
"Circa nove anni fa lungo questa strada che porta in città non c'era alcun lampione. Un mio giovane cugino arrivò alla mia porta sconvolto e ansimante. Mi raccontò tra mille difficoltà di aver visto alla luce di un lampo una donna seduta lungo la strada. Piangeva disperata con il volto tra le ginocchia e la pioggia le batteva sui lunghi capelli neri.
Cercò di parlarle,ma la ragazza continuava a singhiozzare.

"Dimmi che hai,voglio aiutarti".
Lei si alzò in piedi,dando le spalle a mio cugino e non mostrando il volto.
"Parlami,ti prego".
Allora lei si voltò,si passò una mano sul viso. E mio cugino vide che non aveva bocca,non aveva naso,non aveva occhi. Urlò di terrore e scappò via,correndo nel vento,nella pioggia,nel fango. Senza mai voltarsi. Dopo una corsa che sembrò essere infinita vide una luce sulla strada. Un ambulante aveva chiuso il suo banco per ripararsi. Mio cugino gridava la sua disperazione e lui lo apostrofò in maniera brusca.
"Che ti succede,hai bevuto o hanno cercato di picchiarti?”
Mio cugino continuava a gridare di aver visto una donna,di aver visto una cosa orribile.
"Hai visto forse cose così? disse il venditore che ridendo si toccò il volto e al passaggio della sua mano la bocca,il naso,gli occhi sparivano.
La luce,il lume della bancarella si spense.
La Falida è lo spirito della sofferenza, è il male che è di fronte a noi, è il cattivo pensiero.
Guardai il mercante. Volgeva il capo verso la penombra.
"Ma ora l'illuminazione c'è?"
"Con questo tempaccio la luce va e viene e la strada è sempre buia."
Girò la testa verso di me e io rimasi inorridito, il panico mi chiuse la gola e il cuore tentò di uscire dal petto.
Il mercante non aveva bocca,non aveva naso,non aveva occhi.
La luce della sua casa si spense e io chiusi gli occhi,per un secondo e per l'ultima volta.
Da allora non abbasso le palpebre se non per dormire,ma solo quando il sonno vince le mie resistenze fisiche.

Sempre una luce accompagna le mie notti. Colpito dalla Falida.
La Falida è lo spirito della sofferenza, è il male che è di fronte a noi, è il cattivo pensiero.

“Concorso Racconta il tuo mistero 2009”

FUN COOL dal blog di GeloStellato

Con grande orgoglio annuncio di aver preso, vinto, strameritato, stracciato, il premio della critica nel straordinario contest del Fun Cool, giunto alla terza edizione.
Nell'occasione ringrazio la mia famiglia, gli amici che mi sono stati vicini nelle ore che hanno preceduto i risultati della giuria, la pizzeria che mi ha dato il suo sostegno materiale e chi mi segue da anni, condividendo tutti i sacrifici che deve fare uno scrittore per ottenere simili risultati.
Pubblico con il permesso di GeloStellato il testo premiato.

L'accompagnatore

Dalla mia bocca non uscivano parole, ma lui rispondeva come se leggesse nei miei pensieri e lo sgomento che si stava facendo strada nella mia mente era più forte della paura di essere morto.

domenica 16 agosto 2009

El Fantasma Rufina

Buenos Aires, 1903

E' la prima volta che Valentin viene a Buenos Aires. In questo bel pomeriggio di sole e caldo cammina senza fretta e senza meta apparente per la piazza principale della città. Ci sono anche i clown che fanno il loro spettacolo. Sono divertenti, la gente ride, li incita a nuove invenzioni, piroette.
Accanto a Valentin passa una delle tante belle ragazze di Baires. No, lei non è solo una delle tante belle ragazze di Baires. Lei è Rufina, una bellissima figura di carnagione scura, i capelli lunghi e corvini. Magra, con un vestito lungo e bianco.
Cammina piano, poggiando il piede completamente sulla strada, con le sue scarpette basse e il suo passo corto.
Valentin sente il suo passaggio, un senzazione forte che non riesce a descrivere neanche a se stesso.
Ha due occhi stupendi, uno sguardo gentile.
Lui le sorride, le si avvicina. Valentin è un bel giovane, 22 anni, magro e alto, carnagione scura anche lui, occhi neri e capelli pettinati all'indietro. Le porge la mano per presentarsi.
"Le piacciono i clown?"
"Sono molto divertenti" risponde Rufina, ma la sua voce non tradisce nessun entusiasmo, aprendo un forte contrasto con i suoi occhi.
Valentin sorride, le strappa qualche altra parola senza senso, poi iniziano a camminare per la piazza. Sembrano in sintonia. Sono due ragazzi, belli e felici di godersi il sole di questo 31 maggio.
Valentin passa accanto a un carretto dei gelati.
"Posso offrirle un gelato?"
"Grazie, è una vita che non mangio un gelato" è la risposta.
Mentre continuano a passeggiare per la Avenida, il sole sembra oscurarsi in fretta, nuvole minacciose nel cielo e la temperatura cala bruscamente.
Valentin si offre di accompagnare Rufina a casa, per aiutarla con la sua giacca a non bagnarsi per l'imminente temporale.
Ma Rufina sembra spaventata, a disagio, non accetta e mormora alcune parole che lui non comprende. Poi inizia a correre tenendosi il vestito lungo le gambe magre. Lui per un attimo la perde di vista, sorpreso da tanta rapidità, quindi la segue prima con lo sguardo poi con passo deciso, ma senza corsa.
La vede in direzione del cimitero, sul viale che costeggia il muro di cinta. Ma gli si ferma il cuore quando la vede passare attraverso quel muro, dove non ci sono aperture, ne porte, ne buchi nella pietra.
Incredulo, si blocca a respirare cercando di ritrovare la calma. Oltre quel muro il cimitero de la Recoleta. Indugia sul cancello, ma poi entra. Cammina girovagando per una decina di minuti, poi è come pietrificato dalla visione di una tomba. Su quella tomba una statua di marmo, la figura di Rufina nel suo vestito bianco, morta l'anno prima. Accanto a quella tomba un'altra, un blocco unico di marmo con incisioni, quella del fidanzato, morto suicida venti giorni dopo.
Valentin sente un impulso irrefrenabile, le braccia si muovono lungo il corpo come colpite da scariche elettriche, si scaglia contro quel blocco di marmo con la forza di un toro e sbatte una, due, tre volte la testa.
Il sangue comincia a colare tra i capelli, lui cade in ginocchio. Vede Rufina, che gli sussurra qualcosa.
"Odio gli uomini, tutti gli uomini, come quello che mi ha uccisa, dopo avermi violentata e picchiata a morte, per non aver accettato la sua corte."