mercoledì 28 ottobre 2015

Un bottegaio che fa "il simpatico rumorista"?

Agli inizi degli anni settanta, cominciai a interessarmi di musica "strana". Divenni per molti amici un punto di riferimento, una vedetta attenta ai percorsi più impegnativi dell'ascolto. Con il tempo, divenni anche un terribile critico, una portatore sano di sperimentazioni sonore e non. I giorni, i mesi, gli anni trascorsi sui dischi, sulle riviste, sui sintetizzatori hanno lasciato molte testimonianze su molti supporti. Per arrivare a questi ultimi quattro anni di collaborazione con il Maestro Angelo Pelizza, artista e performer. Questo è il risultato della sua fiducia...listen...

venerdì 22 gennaio 2010

Trentacinqueanni fa il cinema in Super8... Esperimenti o Follie?




Non ricordo come sia cominciata tutta quella storia. Ma so che oggi, a distanza di più di trentanni, nelle cene tra vecchi amici, vien fuori sempre qualche racconto, aneddoto o flash su quel periodo.
E ogni anno che passa porta nuovi colori al ricordo, facendo sempre più leggendaria e unica quell'epoca di sperimentazione e condivisione.
Ricordo anche che io non volevo fare l'attore, volevo solo partecipare, aiutare, dare una mano.
Qualche anno dopo, mi sarei infilato in una scuola d'Arte Drammatica a studiare.
Ma questa è un'altra storia.

Partecipai alla realizzazione di un film in Super8, l'unico supporto possibile per una "produzione"
squattrinata e perennemente alla ricerca di una Cinquecento lire di benzina.
Si trattava di una trasposizione della fiaba "Salta nel mio sacco!" da "Fiabe Italiane" di Italo Calvino.

Una domenica mattina il regista, e mente del progetto, mi disse:
"Mi serve un giovane bello, con il tuo fisico magro, per il giocatore del casinò che si suicida."
Io dissi che eravamo tutti magri e belli, non c'era bisogno di me. Ma lui insisteva, e alla fine, sfinito, accettai.
Pino, il regista, aveva una dote che tutti gli riconoscevano. Riusciva a convincere, coinvolgere tutti quelli che gli capitavano a tiro. Nessuno ha mai capito come, ma lui era terribile. Non avevi scampo, se decideva che dovevi partecipare al suo lavoro.
E quella mattina andò così.
Mi guidò lungo la scala che portava al piano superiore del casinò, e mi spiegò che il suicida si pugnalava sul pianerottolo. Voleva che il suicida fosse inquadrato dopo la coltellata, steso a terra.
Ma come?
"In maniera naturale" , disse.
"Devi scivolare, il tuo corpo si deve accasciare, come senza vita improvvisamente..."
Una bella spiegazione. Provai un paio di volte, ma il movimento non era naturale e la postura che ne risultava anche. Mi fece vedere come fare.
Allora riprovai, ancora un paio di volte.
Alla terza, sfinito e nervoso, mi lascia cadere con manifestata insofferenza. Ma nel cadere la schiena picchiò contro il basamento di una mezza colonna che adornava il pianerottolo. Quello spigolo penetrò nel mio costato lasciandomi senza fiato e incapace di muovermi.





Sentii Pino urlare.
"Bravo, perfetto, te lo dicevo io... bravo, non muoverti..."
Io non avrei potuto. Ero senza fiato, quasi certo di essermi spaccato qualcosa.
Pino saltellava intorno, mi mise il coltello accanto.
"Bisogna far vedere il sangue che esce..."
Con gli occhi lo seguivo nel suo lavoro. Tirò fuori dalla busta di plastica un barattolo di vetro.
"Sugo al pomodoro. Rosso come il sangue."
Gli feci notare con un filo di voce che giravamo in bianco e nero.
"Non c'entra nulla!" fu la risposta.
Aprì il barattolo, lo avvicinò alla camicia e cominciò a versarlo. Il sugo era ghiacciato. Macchiò la camicia, ma ne versò ancora. Dopo un paio di minuti lo sentii passare la stoffa e colare sulla pelle, ghiacciato e unto. Una sensazione sgradevole, ma che non potevo fermare. Ero morto, in fondo.
Girammo la scena, con altri giocatori che guardavano quel povero giovane suicida e il protagonista che arrivava per giocare anche lui al piano superiore.
Attimi interminabili di dolore e freddo.
Poi "Ok, fatto, si cambia".
Mi rialzai, dolorante e unto.
Ancora una volta convinto che il cinema fosse finzione, ma il dolore che provoca è reale. Sure!


mercoledì 20 gennaio 2010

Turbak, la terza parte...

"Riparto domani sera..."
"Si. Lo so."
E abbassai lo sguardo per non tradire la rabbia per quel figlio che forse non avrei mai più rivisto.
"Mio fratello non è ancora arrivato?"
"Non so dove sia, non ho potuto avvisarlo."
"Arriverà. Mamma lo ha fatto. Arriverà."
Cosi capii che Marta aveva avvisato i suoi figli che stava per morire. E loro, perché non erano corsi prima che morisse? Che razza di anima hanno questi figli tuoi, Marta?
"Mamma ci ha fatto giurare di non venire prima. Non voleva..."
Come se mi avesse letto nel pensiero il mio ragazzo aveva risposto.
E tu che razza di madre sei, che muori senza vedere i tuoi figli?
La testa stava per scoppiare.
Misi sul fuoco il caffè. Sentii la voce di Marta, mescolata con la sua, dire mentre si sedeva: "Attento agli schizzi!"
Lo guardai con occhi curiosi, questa volta. Era uno dei tormenti di Marta, quello degli schizzi della vecchia caffettiera italiana.
"Mamma voleva che rimanessi solo tu con lei."
Mentre beveva il suo caffè, non alzò mai gli occhi dalla tazza.
Poi sfilò dalla tasca una busta. Riconobbi la scrittura di Marta nello spazio dell'indirizzo. La aprì e sentii mancare il respiro.
C'era una foto, una mia vecchia foto. Stavo seduto in veranda, con il sassofono tra le mani e sorridevo. Erano due condizioni anche solo difficili da ricordare, adesso.
Sul retro della foto Marta aveva scritto: "Tuo padre ha bisogno di te..."

Mi ricordai del sassofono e del monte dei pegni.
Il denaro era servito per qualche riparazione in casa, qualche piccolo acquisto. Cambiai anche due vetri nel negozio, e il "tubo" sparì. Marta non lo seppe che parecchio tempo dopo.
La sera scendevo come sempre in cantina. Cominciai a restar seduto a fissare il muro. A volte mi appisolavo sulla vecchia poltrona. Stringevo tra le dita la pipa di mio nonno.
Una pipa che non avevo mai fumato e di un nonno che non avevo mai conosciuto. L'avevo trovata in un cassetto, quando avevamo preso questa casa. Sapevo che questa casa era stata a lungo disabitata, appartenuta a due anziani del paese.
Così considerai quella casa come quella dei miei nonni. Lo feci mentre radunavo le loro cose dai cassetti e dagli armadi. Cose che i loro figli avevano lasciato, abbandonato.
Mi convinsi di appartenere a quella famiglia mai conosciuta.
Parecchi anni dopo, portai tutto quello che avevo raccolto e conservato in piccole scatole di cartone bianco, al centro del cortile per un falò. L'ennesimo taglio con un passato che comunque non esisteva.
La cantina era il mio rifugio, ma anche l'anticamera della fine.
A poco a poco cominciai a togliere tutte le cose mi identificavano.
Dopo il "tubo", mi liberai delle stampe, dei dischi, degli spartiti. I libri resistevano. Così feci un elenco e a gruppi di venti li chiudevo in scatole su cui scrivevo i titoli e gli autori. Li accatastai dietro la porta e sono ancora lì. Ancora, dopo tanti anni e tanta umidità. Speravo in cuor mio che almeno uno dei miei figli sarebbe tornato, magari dopo la mia morte, e ne avrebbe preso possesso. E con loro, un pezzo di me. Con tutta l'umidità...

Ma la cantina si svuotava, come la mia anima. Il tempo passava. I figli crescevano, come tutti i bambini.
E per me era una discesa all'inferno, senza tregua e senza patti.
Lei mi guardava spesso di nascosto mentre stavo seduto in giardino. Sentivo i suoi occhi sulla mia figura. Li sentivo cercare il mio sguardo perso oltre quella mezza collina di fronte a casa.
Oltre quella mezza collina c'era il mare. Il mare da dove ero venuto. Marta sapeva che che non me sarei mai più andato, anche se non sopportavo più la mia vita a Turbak.

venerdì 8 gennaio 2010

La miseria è il peggior nemico

La miseria è il peggior nemico.
Hai un bel dire che i soldi non sono tutto nella vita, non danno la felicità.
Stronzate!
Stronzate inventate dai ricchi per tener buoni i poveri. E che, se avevo i soldi stavo qui, di notte con una pala a scavare nella terra umida?
Stronzate!
Scava... scava... che di notte la paga è doppia. Il giorno così posso andare al mercato a scaricare carri di frutta o farina. O a segar legna rischiando dita e mani per la stanchezza che mi fa chiudere gli occhi.
Quattro soldi e a casa, a mangiar patate e zucca.
Poi di nuovo la notte con la pala e la terra umida.
Attento! Presto!
Lo hanno messo stamattina, possiamo farlo solo stanotte o la prossima...
E lui al caldo, in macchina, a fumar buono.
Mica tabacco marcio come il mio.
E mani curate, vestiti che profumano di fresco e scarpe lucide.
La miseria è il peggior nemico.
Povero, ma con dignità!
Stronzate!
Che dignità c'è nella terra umida di questa pala e in questo odor di muschio andato a male e in questi vermi grandi come sigari.
E lui al caldo, in macchina.
Una di queste notti tolgo la terra anche a lui, e riderò frugando nella sua bocca dopo aver aperto la bara.
"Non puoi dirmi di no."
"Devi venire. Mi fido solo di te."
Per forza... sono disperato.
Dove lo trovo uno che paga? E tu, dove lo trovi uno che scava senza far domande.
"Siamo fatti uno per l'altro."
E allora perché io ho le scarpe piene di fango e a lui luccicano anche le suole?
“Non perdere tempo, non si sa mai.”
Cristo, potrò almeno pensare mentre faccio questo schifo di lavoro!
Mica posso pensare quando sego la legna. Lì devo concentrarmi, pensare alla sega circolare, non perdermi nel rumore martellante del suo motore che gira. Spacca il cervello e il cuore.
"Stamattina sono stati due. Doppia paga. Dai, non farti pregare."
La miseria è il peggior nemico.

giovedì 31 dicembre 2009

2009... finito! Avanti un altro.

Non so perché dovrei scrivere un ultimo post dell'anno.
Ma leggo tanti blog e tutti hanno scritto qualcosa.
E io chi sono? mi sono detto.
Io dico solo... Arrivederci.

giovedì 17 dicembre 2009

Turbak - Seconda Parte

La seconda parte del racconto Turbak, che per molti era già finito...


Non ho mai tradito mia moglie.
O meglio, è successo solo una volta in tanti anni. Ed è stato tanto il senso di colpa da aver rimosso quella storia.
Erano i primi giorni della malattia. Vivevo spossato da tanta rabbia e veleno.
Arrivò dalla città la sorella più giovane di Marta per conoscere la situazione. "La Signora", come l'avevamo simpaticamente ribattezzata.
C'era tra le quattro sorelle un affetto penso smisurato, ma anche la paura di dimostrarlo. Si faticava molto quando erano tutte presenti, tra silenzi, sbuffi e ripicche.
Ma la sera quando dopo cena calava il sole e si rimaneva tutti seduti a sentir musica o a vedere qualche film succedeva qualcosa di magico. Era come se una noce si richiudesse e dentro si accendesse una luce. Lo vedevo dai loro occhi. Era come se tornassero bambine. C'era la gioia silenziosa, c'era l'eccitazione di far tardi, c'era l'armonia nel senso più puro del termine.
Ne avevo parlato una volta con Marta, ma lei non mi aveva risposto. Aveva solo abbassato lo sguardo e sorriso. Forse non sapevo tutto di loro.
"La Signora" si offrì di rimanere un paio di giorni. Mia moglie era stanca e debole. Le medicine finivano di togliere forza a quel corpo minuto e si coricava presto la sera.
Seduto sulla panca del giardino, fissavo come sempre l'erba crescere libera da tre settimane.
Con la sigaretta in una mano e un bicchiere di vino nell'altra Emma mi raggiunse e si sedette sul pavimento di legno vicino ai miei piedi e con le spalle appoggiate alle mie gambe. Il contatto fu fatale.
La mattina successiva sembrò lasciare a me il peso del rimorso.
Non ne abbiamo mai parlato, ne tra noi uno sguardo ha mai stabilito la verità.
Ero io che avevo bisogno di lei o lei che aveva bisogno di me?
Per come mi sentivo dopo, entrambe le domande erano sbagliate.

Ricordo i primi tempi. Chissà perché i ricordi si fissano sempre sui primi tempi. E anche le rivendicazioni.
Marta mi aspettava sveglia quando stavo in cantina sino a tardi per suonare il sax sui pochi dischi che mi erano rimasti.
Poi un giorno decisi che non avrei più suonato. Presi quello che oramai per me era diventato "il tubo" , lo rinchiusi nella custodia in pelle marrone e lo portai in città al monte dei pegni, ben sapendo che non lo avrei riscattato.
Trattai con l'impiegato come mai avevo fatto in tanti anni di commercio. Presi il denaro, lasciai la ricevuta sul bancone, a conferma della mia sconfitta, con lo sfinito impiegato che mi richiamava.
Tornando a casa, in treno, piansi dietro un paio di occhiali scuri.
Qualcuno mi guardava. Tolsi dalla tasca della giacca una vecchia busta listata di nero, quelle che si danno in occasione dei funerali. Con quella nelle mani ero più tranquillo, avevo una scusa, un motivo per non essere giudicato, al massimo commiserato.

"Papà..."
Mi svegliai, girando piano la testa di lato.
Dal mio punto vedevo solo le scarpe nere e lucide. Non riconobbi subito la voce e così soffocai l'urlo con il nome di uno dei miei due ragazzi, temendo di sbagliare. Mi tirai su dalla panca e tesi le braccia verso di lui. Ma lui rimase fermo.
Ancora una volta, come da bambino. Ancora una volta come quando si arrabbiava con me per qualche ingiustizia subita.
Guardai i suoi occhi. Tristi più dei miei ..... pensai. Fui tentato di voltarmi e andarmene dentro, chiudendomi la porta e la sua figura alle spalle. Pensai anche che sua madre non sarebbe stata contenta.
Mi accorsi che ancora una volta staccavo la figura di sua madre da quella di mia moglie. Come se fosse insopportabile pensarle sovrapposte.
Ma non mi voltai, cercando il suo sguardo di bambino, quello di un tempo lontano.
"Mamma è morta..." dissi.
Lui lasciò cadere la valigia e fece un passo verso di me. Fu una liberazione, credo per entrambi. Gli occhi che si bagnavano e i singhiozzi che rompevano il silenzi della veranda.
Misi un braccio sulle sue spalle. Mi accorsi del tempo passato dal suo fisico robusto. Da piccolo era gracile e potevo sollevarlo con una mano.
Le sue lacrime avevano lo stesso odore di quelle della madre. Un odore che conoscevo bene, anche troppo bene.
"Fa freddo ormai, entriamo dentro".

lunedì 9 novembre 2009

"TURBAK" di Roberto Orsetti

Sono seduto da due ore su questo sasso, e sento il rumore dei miei pensieri e del mare.
Se fossi una bella ragazza avvolta in uno scialle bianco, questo sasso sarebbe uno scoglio misterioso e il mare un compagno di chissà quale malinconia. Invece sono un uomo, di quasi 50 anni e con gli occhi persi nell'orizzonte di questa altra mattina.
Un uomo con due figli non so dove e una donna sotto una coperta di terra e erba da tre giorni. Non ho mai pensato di sopravviverle, non ho mai pensato a giorni come questi.
Non ci ho mai pensato e forse è per questo che sono così irreali e irrimediabilmente reali.
Mia moglie è morta. Occorre dare alle cose il proprio nome, non devo dire "se ne è andata", o altre stupidaggini. Mia moglie è morta. La donna che ha diviso la sua vita con me per trent'anni non è più qui, accanto alla mia ombra. Ha assistito incredula al mio fallimento di uomo, di padre e quant'altro possa appartenere alla categoria della persona.
Ha visto sfumare le nostre ambizioni, i nostri sogni. Ha visto sparire i nostri figli verso terre diverse e più accoglienti. Ha visto la sua fine nelle mie lacrime mentre le stringevo le mani per l'ultima volta.
Quando l'ho conosciuta trent'anni fa era bella come adesso. Piccola e magra, con occhi decisi e innamorati della vita.
Io andavo girando con il mio sassofono sulle navi da crociera, cercando il modo per sfinirmi in fretta, dopo la morte di mio padre. Mia madre ci aveva lasciati qualche anno prima cercando di dare un secondo figlio a mio padre. Lui voleva una famiglia numerosa, ma sfortunatamente mia madre non era nata per quello. Così all'ennesima gravidanza e quando avevo tredici anni il suo fisico non ce la fece più e si lasciò morire dopo aver saputo che mio fratello mi avrebbe lasciato ancora una volta figlio unico.
Mio padre cercò di sopravviverle per amor mio o per dovere nei miei confronti.
Appena preso il diploma di ragioniere mi chiamò e mi parlò credo per la prima volta guardandomi negli occhi. Non scorderò mai quel giorno, quello sguardo e quella voce. Usò un tono che non gli conoscevo.
"Ora sei in grado di badare a te stesso. Io non so se sei un uomo, se lo sarai o se resterai seduto a guardare il tempo. Ma io non posso restare al tuo fianco, tua madre ha bisogno di me. O così mi fa comodo credere."
Avevo trovato un lavoro e perso un padre. Avrei preferito masticare le pietre pur di averlo ancora accanto, ma lui se ne andò pochi mesi dopo mentre ero al lavoro.
Cominciai a odiare quel lavoro che mi aveva tenuto lontano da lui, scaricai sui miei colleghi tutta la rabbia per non essergli stato vicino, e così appena conobbi il signor Vincenzo me ne andai.
Il signor Vincenzo era il mio capo orchestra. Chiamarla orchestra era arduo, visto che eravamo solo cinque, ma lui aveva un valido e valoroso passato da difendere e così tutti quelli che lo conoscevano mostravano rispetto anche per le sue ingenue bugie. Metà dei posti dove diceva di aver suonato era frutto della sua fantasia, ma credergli non costava nulla e lui era così sereno nel sederti accanto che a nessuno sarebbe venuto in mente di contraddirlo.
Accettai subito il ruolo di sassofonista, ma soprattutto di segretario tuttofare. Ero il giovane di turno e mi toccava, comunque contento di lasciare la terra del dolore. In mezzo al mare cosa poteva accadermi?
Non potevamo frequentare i passeggeri, non potevamo avere storie con il personale, dovevamo solo suonare e guardare il mare. Andava benissimo.
Spesso dopo aver suonato, alle quattro o alle cinque del mattino. mi sedevo sul ponte avvolto in mille coperte. Ogni volta era un'alba diversa. Diversa la latitudine, la longitudine, il cielo, le stelle. Forse anche io ero diverso ogni volta. E mi ritrovavo addormentato con gli occhi bagnati, il bisogno di perdersi e ritrovarsi il giorno dopo come sempre infelice.
In una delle poche volte volte che scendevo a terra, per comprare qualche libro o qualche disco di jazz, entrai in un caffè dal nome familiare: "Il posto della luna".
Uno dei rari sussulti, spinsi con timore la porta e trovai posto vicino al bancone. Ordinai del caffè credo e della crostata, poi cominciai a leggere. Avevo quasi timore di alzare gli occhi, di guardarmi intorno. Avevo paura di trovare qualcosa di mio, qualcosa che mi avrebbe inchiodato a quei ricordi che solo la notte accettavo. Era strano, ma io ero già stato in quel posto, o lo avevo immaginato così.
Poi tirai su la testa e la vidi, al tavolo di fronte. Aveva un giornale aperto davanti e una tazza di the in una mano. I capelli legati dietro mettevano in mostra il suo viso, il più bello che avessi mai visto. Dimostrava più anni di me, ma non per il tempo che era passato. Per il suo modo sicuro di muovere le labbra sulla tazza, per le dita sicure che la tenevano, per le gambe nella gonna lunga e blu che intravedevo. Poteva avere mille anni per come riempiva la mia mente. O poteva essere la mia bambina appena nata...
Le sorrisi quando volse lo sguardo verso di me. Un sorriso che lei ricambiò, con cortesia tipica delle persone serene. Fu così che mi alzai, mi avvicinai e misi nelle sue mani i miei occhiali da vista. Non saprò mai cosa dissi e cosa lei rispose, ma ricordo la sua risata dolce e soffocata.
Camminai accanto a lei per tutta la mattina e dopo averla salutata, tornai dal signor Vincenzo. Lo abbracciai, presi il mio sassofono e la mia roba. Scesi dalla nave e pensai che non sapevo nemmeno il nome del posto dove ero sbarcato.
Non che mi importasse, ma se dovevo rimanere mi sembrava naturale doverlo sapere. Così cercai il modo per scoprirlo senza dover fermare qualcuno per strada. Ma non trovai nulla che mi aiutasse, e così raggiunsi la casa di Marta. La chiamai, si affacciò stupita alla finestra e le dissi: " Visto che debbo rimanere, posso sapere come si chiama questo posto?".
Immaginai risposte incredibili e romantiche, ma lei disse solo "Turbak".
Pensai che non era un buon nome, che sulle lettere non avrebbe fatto una gran bella figura, ma che mi dovevo adattare.
Nei miei ricordi non esiste altro di quel periodo, di come ci trovammo a dividere la nostra vita e di come decidemmo di trasferirci in un paese vicino sempre sulla costa. Qualcuno ci aveva detto che sarebbe diventato un porto turistico, che si poteva lavorare e far soldi con una pensione o con un negozio. Aprimmo una specie di bazaar, un posto dove potevi trovar tutto quello che avevi scordato a casa facendo le valigie.
Gli anni passarono, ma i turisti erano pochi. Il negozio continuava a fatica. Marta era sempre ottimista e io passavo il mio tempo a riordinare le merci o la cantina. Avevo un piccolo orto. Vennero due figli, due maschi e amai ancora di più Marta, che cresceva i bambini e accettava la nostra vita povera.
Dopo la scuola obbligatoria i ragazzi non vollero continuare gli studi. So che dissero alla madre che non avremmo potuto pagare gli studi e decisero di andare a lavorare. Con sgomento scoprii che volevano arruolarsi in Marina, che sarebbero partiti e che li avrei rivisti solo poche volte l'anno.
Facciamo i conti del tempo, tre anni con Marta e poi due figli con un anno di differenza. Ora uno ha 27anni e l'altro 26. Sono riuscito solo ad avvisare il primo, l'altro non so dove stia.
Sono sei anni che non li vedo, solo qualche lettera alla madre. Non ho mai parlato troppo con i miei figli, ma speravo in qualcosa di diverso.
Ho pensato in questi tre giorni che mi sarebbe piaciuto vedere che arrivavano e che mi abbracciavano. Che mi avrebbero perdonato chissà cosa, che non avrei pianto quando c'erano loro, che mi avrebbero chiesto di vedere le foto degli ultimi anni...
E mi tornano in mente i giorni passati al negozio con la rabbia che mi rodeva, con il ritmo delle dita sul vecchio sassofono immaginato davanti a me. La sera poche parole e qualche passeggiata nella piazza del paese, dove i benestanti ti salutavano a fatica, perchè ero il bottegaio, lo straniero che sorrideva a tutti dietro al bancone, ma al quale non si poteva dar troppa confidenza.
Mi ero convinto che non mi meritassero e che l'errore fosse stato fatto in partenza. Non vedevo così l'ora di vendere tutto e ritirarmi in giardino a guardar crescere l'erba.
Le ho fatte pesare eccome queste cose su mia moglie e sui miei figli. Lei non ha perso mai la voglia di amarmi, e io posso dire di non aver mai smesso di amarla come il primo giorno.
Anche ora che sento l'acqua salire alle mie gambe, toccar le ginocchia mentre cammino e perdo l'equilibrio sui sassi, mentre cerco anche io di sparire.

(il racconto Turbak è stato pubblicato nel 2008 nell'antologia "... Storie di carta" per le Edizioni Del Poggio)