giovedì 31 dicembre 2009

2009... finito! Avanti un altro.

Non so perché dovrei scrivere un ultimo post dell'anno.
Ma leggo tanti blog e tutti hanno scritto qualcosa.
E io chi sono? mi sono detto.
Io dico solo... Arrivederci.

giovedì 17 dicembre 2009

Turbak - Seconda Parte

La seconda parte del racconto Turbak, che per molti era già finito...


Non ho mai tradito mia moglie.
O meglio, è successo solo una volta in tanti anni. Ed è stato tanto il senso di colpa da aver rimosso quella storia.
Erano i primi giorni della malattia. Vivevo spossato da tanta rabbia e veleno.
Arrivò dalla città la sorella più giovane di Marta per conoscere la situazione. "La Signora", come l'avevamo simpaticamente ribattezzata.
C'era tra le quattro sorelle un affetto penso smisurato, ma anche la paura di dimostrarlo. Si faticava molto quando erano tutte presenti, tra silenzi, sbuffi e ripicche.
Ma la sera quando dopo cena calava il sole e si rimaneva tutti seduti a sentir musica o a vedere qualche film succedeva qualcosa di magico. Era come se una noce si richiudesse e dentro si accendesse una luce. Lo vedevo dai loro occhi. Era come se tornassero bambine. C'era la gioia silenziosa, c'era l'eccitazione di far tardi, c'era l'armonia nel senso più puro del termine.
Ne avevo parlato una volta con Marta, ma lei non mi aveva risposto. Aveva solo abbassato lo sguardo e sorriso. Forse non sapevo tutto di loro.
"La Signora" si offrì di rimanere un paio di giorni. Mia moglie era stanca e debole. Le medicine finivano di togliere forza a quel corpo minuto e si coricava presto la sera.
Seduto sulla panca del giardino, fissavo come sempre l'erba crescere libera da tre settimane.
Con la sigaretta in una mano e un bicchiere di vino nell'altra Emma mi raggiunse e si sedette sul pavimento di legno vicino ai miei piedi e con le spalle appoggiate alle mie gambe. Il contatto fu fatale.
La mattina successiva sembrò lasciare a me il peso del rimorso.
Non ne abbiamo mai parlato, ne tra noi uno sguardo ha mai stabilito la verità.
Ero io che avevo bisogno di lei o lei che aveva bisogno di me?
Per come mi sentivo dopo, entrambe le domande erano sbagliate.

Ricordo i primi tempi. Chissà perché i ricordi si fissano sempre sui primi tempi. E anche le rivendicazioni.
Marta mi aspettava sveglia quando stavo in cantina sino a tardi per suonare il sax sui pochi dischi che mi erano rimasti.
Poi un giorno decisi che non avrei più suonato. Presi quello che oramai per me era diventato "il tubo" , lo rinchiusi nella custodia in pelle marrone e lo portai in città al monte dei pegni, ben sapendo che non lo avrei riscattato.
Trattai con l'impiegato come mai avevo fatto in tanti anni di commercio. Presi il denaro, lasciai la ricevuta sul bancone, a conferma della mia sconfitta, con lo sfinito impiegato che mi richiamava.
Tornando a casa, in treno, piansi dietro un paio di occhiali scuri.
Qualcuno mi guardava. Tolsi dalla tasca della giacca una vecchia busta listata di nero, quelle che si danno in occasione dei funerali. Con quella nelle mani ero più tranquillo, avevo una scusa, un motivo per non essere giudicato, al massimo commiserato.

"Papà..."
Mi svegliai, girando piano la testa di lato.
Dal mio punto vedevo solo le scarpe nere e lucide. Non riconobbi subito la voce e così soffocai l'urlo con il nome di uno dei miei due ragazzi, temendo di sbagliare. Mi tirai su dalla panca e tesi le braccia verso di lui. Ma lui rimase fermo.
Ancora una volta, come da bambino. Ancora una volta come quando si arrabbiava con me per qualche ingiustizia subita.
Guardai i suoi occhi. Tristi più dei miei ..... pensai. Fui tentato di voltarmi e andarmene dentro, chiudendomi la porta e la sua figura alle spalle. Pensai anche che sua madre non sarebbe stata contenta.
Mi accorsi che ancora una volta staccavo la figura di sua madre da quella di mia moglie. Come se fosse insopportabile pensarle sovrapposte.
Ma non mi voltai, cercando il suo sguardo di bambino, quello di un tempo lontano.
"Mamma è morta..." dissi.
Lui lasciò cadere la valigia e fece un passo verso di me. Fu una liberazione, credo per entrambi. Gli occhi che si bagnavano e i singhiozzi che rompevano il silenzi della veranda.
Misi un braccio sulle sue spalle. Mi accorsi del tempo passato dal suo fisico robusto. Da piccolo era gracile e potevo sollevarlo con una mano.
Le sue lacrime avevano lo stesso odore di quelle della madre. Un odore che conoscevo bene, anche troppo bene.
"Fa freddo ormai, entriamo dentro".

lunedì 9 novembre 2009

"TURBAK" di Roberto Orsetti

Sono seduto da due ore su questo sasso, e sento il rumore dei miei pensieri e del mare.
Se fossi una bella ragazza avvolta in uno scialle bianco, questo sasso sarebbe uno scoglio misterioso e il mare un compagno di chissà quale malinconia. Invece sono un uomo, di quasi 50 anni e con gli occhi persi nell'orizzonte di questa altra mattina.
Un uomo con due figli non so dove e una donna sotto una coperta di terra e erba da tre giorni. Non ho mai pensato di sopravviverle, non ho mai pensato a giorni come questi.
Non ci ho mai pensato e forse è per questo che sono così irreali e irrimediabilmente reali.
Mia moglie è morta. Occorre dare alle cose il proprio nome, non devo dire "se ne è andata", o altre stupidaggini. Mia moglie è morta. La donna che ha diviso la sua vita con me per trent'anni non è più qui, accanto alla mia ombra. Ha assistito incredula al mio fallimento di uomo, di padre e quant'altro possa appartenere alla categoria della persona.
Ha visto sfumare le nostre ambizioni, i nostri sogni. Ha visto sparire i nostri figli verso terre diverse e più accoglienti. Ha visto la sua fine nelle mie lacrime mentre le stringevo le mani per l'ultima volta.
Quando l'ho conosciuta trent'anni fa era bella come adesso. Piccola e magra, con occhi decisi e innamorati della vita.
Io andavo girando con il mio sassofono sulle navi da crociera, cercando il modo per sfinirmi in fretta, dopo la morte di mio padre. Mia madre ci aveva lasciati qualche anno prima cercando di dare un secondo figlio a mio padre. Lui voleva una famiglia numerosa, ma sfortunatamente mia madre non era nata per quello. Così all'ennesima gravidanza e quando avevo tredici anni il suo fisico non ce la fece più e si lasciò morire dopo aver saputo che mio fratello mi avrebbe lasciato ancora una volta figlio unico.
Mio padre cercò di sopravviverle per amor mio o per dovere nei miei confronti.
Appena preso il diploma di ragioniere mi chiamò e mi parlò credo per la prima volta guardandomi negli occhi. Non scorderò mai quel giorno, quello sguardo e quella voce. Usò un tono che non gli conoscevo.
"Ora sei in grado di badare a te stesso. Io non so se sei un uomo, se lo sarai o se resterai seduto a guardare il tempo. Ma io non posso restare al tuo fianco, tua madre ha bisogno di me. O così mi fa comodo credere."
Avevo trovato un lavoro e perso un padre. Avrei preferito masticare le pietre pur di averlo ancora accanto, ma lui se ne andò pochi mesi dopo mentre ero al lavoro.
Cominciai a odiare quel lavoro che mi aveva tenuto lontano da lui, scaricai sui miei colleghi tutta la rabbia per non essergli stato vicino, e così appena conobbi il signor Vincenzo me ne andai.
Il signor Vincenzo era il mio capo orchestra. Chiamarla orchestra era arduo, visto che eravamo solo cinque, ma lui aveva un valido e valoroso passato da difendere e così tutti quelli che lo conoscevano mostravano rispetto anche per le sue ingenue bugie. Metà dei posti dove diceva di aver suonato era frutto della sua fantasia, ma credergli non costava nulla e lui era così sereno nel sederti accanto che a nessuno sarebbe venuto in mente di contraddirlo.
Accettai subito il ruolo di sassofonista, ma soprattutto di segretario tuttofare. Ero il giovane di turno e mi toccava, comunque contento di lasciare la terra del dolore. In mezzo al mare cosa poteva accadermi?
Non potevamo frequentare i passeggeri, non potevamo avere storie con il personale, dovevamo solo suonare e guardare il mare. Andava benissimo.
Spesso dopo aver suonato, alle quattro o alle cinque del mattino. mi sedevo sul ponte avvolto in mille coperte. Ogni volta era un'alba diversa. Diversa la latitudine, la longitudine, il cielo, le stelle. Forse anche io ero diverso ogni volta. E mi ritrovavo addormentato con gli occhi bagnati, il bisogno di perdersi e ritrovarsi il giorno dopo come sempre infelice.
In una delle poche volte volte che scendevo a terra, per comprare qualche libro o qualche disco di jazz, entrai in un caffè dal nome familiare: "Il posto della luna".
Uno dei rari sussulti, spinsi con timore la porta e trovai posto vicino al bancone. Ordinai del caffè credo e della crostata, poi cominciai a leggere. Avevo quasi timore di alzare gli occhi, di guardarmi intorno. Avevo paura di trovare qualcosa di mio, qualcosa che mi avrebbe inchiodato a quei ricordi che solo la notte accettavo. Era strano, ma io ero già stato in quel posto, o lo avevo immaginato così.
Poi tirai su la testa e la vidi, al tavolo di fronte. Aveva un giornale aperto davanti e una tazza di the in una mano. I capelli legati dietro mettevano in mostra il suo viso, il più bello che avessi mai visto. Dimostrava più anni di me, ma non per il tempo che era passato. Per il suo modo sicuro di muovere le labbra sulla tazza, per le dita sicure che la tenevano, per le gambe nella gonna lunga e blu che intravedevo. Poteva avere mille anni per come riempiva la mia mente. O poteva essere la mia bambina appena nata...
Le sorrisi quando volse lo sguardo verso di me. Un sorriso che lei ricambiò, con cortesia tipica delle persone serene. Fu così che mi alzai, mi avvicinai e misi nelle sue mani i miei occhiali da vista. Non saprò mai cosa dissi e cosa lei rispose, ma ricordo la sua risata dolce e soffocata.
Camminai accanto a lei per tutta la mattina e dopo averla salutata, tornai dal signor Vincenzo. Lo abbracciai, presi il mio sassofono e la mia roba. Scesi dalla nave e pensai che non sapevo nemmeno il nome del posto dove ero sbarcato.
Non che mi importasse, ma se dovevo rimanere mi sembrava naturale doverlo sapere. Così cercai il modo per scoprirlo senza dover fermare qualcuno per strada. Ma non trovai nulla che mi aiutasse, e così raggiunsi la casa di Marta. La chiamai, si affacciò stupita alla finestra e le dissi: " Visto che debbo rimanere, posso sapere come si chiama questo posto?".
Immaginai risposte incredibili e romantiche, ma lei disse solo "Turbak".
Pensai che non era un buon nome, che sulle lettere non avrebbe fatto una gran bella figura, ma che mi dovevo adattare.
Nei miei ricordi non esiste altro di quel periodo, di come ci trovammo a dividere la nostra vita e di come decidemmo di trasferirci in un paese vicino sempre sulla costa. Qualcuno ci aveva detto che sarebbe diventato un porto turistico, che si poteva lavorare e far soldi con una pensione o con un negozio. Aprimmo una specie di bazaar, un posto dove potevi trovar tutto quello che avevi scordato a casa facendo le valigie.
Gli anni passarono, ma i turisti erano pochi. Il negozio continuava a fatica. Marta era sempre ottimista e io passavo il mio tempo a riordinare le merci o la cantina. Avevo un piccolo orto. Vennero due figli, due maschi e amai ancora di più Marta, che cresceva i bambini e accettava la nostra vita povera.
Dopo la scuola obbligatoria i ragazzi non vollero continuare gli studi. So che dissero alla madre che non avremmo potuto pagare gli studi e decisero di andare a lavorare. Con sgomento scoprii che volevano arruolarsi in Marina, che sarebbero partiti e che li avrei rivisti solo poche volte l'anno.
Facciamo i conti del tempo, tre anni con Marta e poi due figli con un anno di differenza. Ora uno ha 27anni e l'altro 26. Sono riuscito solo ad avvisare il primo, l'altro non so dove stia.
Sono sei anni che non li vedo, solo qualche lettera alla madre. Non ho mai parlato troppo con i miei figli, ma speravo in qualcosa di diverso.
Ho pensato in questi tre giorni che mi sarebbe piaciuto vedere che arrivavano e che mi abbracciavano. Che mi avrebbero perdonato chissà cosa, che non avrei pianto quando c'erano loro, che mi avrebbero chiesto di vedere le foto degli ultimi anni...
E mi tornano in mente i giorni passati al negozio con la rabbia che mi rodeva, con il ritmo delle dita sul vecchio sassofono immaginato davanti a me. La sera poche parole e qualche passeggiata nella piazza del paese, dove i benestanti ti salutavano a fatica, perchè ero il bottegaio, lo straniero che sorrideva a tutti dietro al bancone, ma al quale non si poteva dar troppa confidenza.
Mi ero convinto che non mi meritassero e che l'errore fosse stato fatto in partenza. Non vedevo così l'ora di vendere tutto e ritirarmi in giardino a guardar crescere l'erba.
Le ho fatte pesare eccome queste cose su mia moglie e sui miei figli. Lei non ha perso mai la voglia di amarmi, e io posso dire di non aver mai smesso di amarla come il primo giorno.
Anche ora che sento l'acqua salire alle mie gambe, toccar le ginocchia mentre cammino e perdo l'equilibrio sui sassi, mentre cerco anche io di sparire.

(il racconto Turbak è stato pubblicato nel 2008 nell'antologia "... Storie di carta" per le Edizioni Del Poggio)

mercoledì 21 ottobre 2009

GIORNI DI SILENZIO

Ok.... sto arrivando di cottura....

Dall'inizio del mese di ottobre abbiamo avuto una decina di eventi sismici con magnitudo dal 2 al 3,5. Non consideriamo le altre scosse, per esempio le trenta del giorno 7 ottobre dalla mezzanotte alle sette, di grado inferiore, buone, si dice, solo per le statistiche.

Non sono nervoso, sono terrorizzato. Perché dovrei far finta di nulla, fare il coraggioso? Il coraggio può salvare, ma non credo sia questo il caso.
In questa nazione dove tutti diventano allenatori di calcio, capo del governo, capo dell'opposizione, Briatore o Montezemolo a seconda delle necessità o delle presunte virtù, adesso sono circondato da sismologi, saggi, geofisici, geologi, sciamani, portatori sani di sfiga, esperti in si stava meglio quando si stava peggio.

Ma io non sono nervoso, sono terrorizzato. E leggo. E più leggo più sono terrorizzato.

Perché leggere di terremoti, di sistemi di previsione, di radon, di magnitudo etc... etc... è come leggere il foglietto che sta nella confezione delle medicine. Dopo due righe alla voce "Controindicazioni" o smetti di prenderle o hai tutti i sintomi delle succitate.
Così dovevano sentirsi quelli d'Abruzzo, così cominciamo a sentirci noi dopo otto giorni.
E tutti parlano dell'Abruzzo, perché le analogie, dati alla mano, ci sono.
Ma io non sono un geologo, né un geofisico, né un sismologo, né uno sciamano, né un saggio.
Sono solo uno terrorizzato. Sono uno che la notte tiene gli occhi chiusi per far finta di dormire, le orecchie aperte ai rumori e ai cani, la borsa vicino al letto, ormai un letto improvvisato, con le piccole cose che mi devo sempre tenere a portata di mano.
E penso solo al rumore, quel rumore. Che mi fa scattare imprecando a bassa voce, che mi porta vicino ai miei ragazzi, per calmarli, rincuorarli, guidarli se necessario, parlando come se niente stesse succedendo.
Poi dopo quei secondi, quei minuti, ci si accascia.
Prendo fiato, cerco di regolarizzare il mio battito e la mia pressione ballerina.
Perché sono ancora una volta terrorizzato.
E non posso far a meno di pensare alla tavola rotonda.
Non quella di Re Artù, dai....
Quella con i sismologi, i saggi, i geofisici, i geologi, gli sciamani, i portatori sani di sfiga, gli esperti in si stava meglio quando si stava peggio. E spero di esserci, con tutti. Con tutti noi e voi.

(nota del bloggatore : ecco perchè in questo periordo non scrivo quasi niente, o meglio scrivo solo di catastrofi....)

venerdì 25 settembre 2009

I can't touch you


I can't touch you
Inserito originariamente da Andrea - Luznegra

E' una foto, solo una foto. ma vale molto, significa molto. E' stata scattata da Andrea Olini, un vicino diventato amico, o un amico diventato vicino...
Fabbrica foto, è un artigiano della fotografia , traduce su carta l'immagine delle mie parole scritte, andando oltre i miei pensieri.
E a lui, dico bravo.
No, dico... grazie.

sabato 19 settembre 2009

Si, è vero. Facevo la radio......


Facevo la radio... così si diceva tanti anni fa. Nel 1975 o giù di li. E io nel 1975 facevo la radio. Dal blog di un amico che si occupa delle radio private alessandrine, prendo in prestito un mio intervento di parecchio tempo fa.
il blog si trova qui
http://radioalessandria.blogspot.com

ecco qui di seguito quel mio scritto....

Avevo 18/19 anni e sono stato un anno, il primo della radio, sempre in prima linea. Sin dalle prime riunioni, proprio nella sede del circolo Entrata Libera, dove vennero reclutate le menti migliori.
In quel periodo Entrata Libera presentava un ciclo sul film tedesco, e un sabato pomeriggio dopo la proiezione de "Il diabolico Dottor Mabuse" ci fermammo a sentire queste nuove teorie sulle radio. Io ero con il "Cinese", considerato un esperto di musica di primo grado. Decidemmo quindi tre programmi da far partire con le prime trasmissioni: PUNTO ZERO con il Cinese, PUNTO JAZZ al sabato con me e il Cinese, e IL GIRO tre volte la settimana alle 5 del pomeriggio. Ricordo che ci portavamo i dischi da casa, che le prime volte l'emozione era talmente forte che dopo l'ora di trasmissione avevo il pacco di LP tutti fuori dalla propria busta e copertina. Per un appassionato era il massimo della degenerazione. La radio aveva una sigla di apertura e di chiusura delle trasmissioni: STEPPIN'OUT di John Mayall Bluesbreakers. Ricordo che Sergio Notti usciva con la macchina e la radio per verificare la potenza del segnale. una volta chiamò incredulo: si sentiva a LU Monferrato! E la sera che arrivò Zero [Renato...] in via Bissati, capii che potevamo scrivere un pezzettino di storia anche noi... Di fronte a quel personaggio vestito di giallo lamè c'era la convinzione che eravamo a una svolta. A me interessava la musica, trasmettere cose impensabili, dal folk inglese ai cantautori italiani, dal rock tedesco al rock jazz. La gente ti stava cercando con la manopola della radio, ti sentiva, ti telefonava... Uno sballo. C'era anche un legame forte tra le persone del primo nucleo. Parecchie coppie formate, altre che si sarebbero formate di li a poco, serate passate a sparar cazzate e a sperare nel giorno seguente di aggiungere un km al proprio segnale. Il primo capodanno in radio fu semplice ma estremamente importante. Di li a poco la radio si sarebbe trasferita all'ottavo piano. La nostra fama aumentava. Ricordo i primi sudati comunicati commerciali, con MassimoCarlo Borgognone che aveva una voce impostata da speaker, leggere un spot di Sessarego. Di li a poco avrebbe conosciuto una ascoltatrice, Rita, per poi diventarne il marito. Rita è mia cugina, e l'avevo portata con me perchè affascinata come tante altre donzelle dal mito del dj. Scusa se mi sono dilungato, perso.... è un periodo talmente bello e pieno di esperienze che quando ci penso non posso fare a meno di perdermi..

venerdì 18 settembre 2009

10 DOMANDE A ROBERTO ORSETTI

Era inevitabile.... mi sottopongo alle mie stesse domande che ho fatto a tutti quelli di Bad Prisma. Manca ancora qualcuno, ma la speranza "non" è l'ultima a morire.....

1 - Come hai conosciuto Melissa? (questa domanda la devo fare sempre...)
Nel libro di Arona "Cronache di Bassavilla", lei mi conoscevo quando io ancora non sapevo chi fosse

2 - Se Melissa bussasse alla tua porta?
No, di solito telefona. A me... telefona.

3 - Presumo che nessuno degli autori avesse letto il risultato finale fino alla pubblicazione. La prima sensazione dopo la prima lettura?
Alcuni autori li conoscevo, altri sono stati "cercati" in rete dopo il reclutamento. L'impressione è stata ottima. Ognuno ha i propri modi e gusti, ma la tavola è la stessa.

4 - Chi è il colpevole di tutto questo?
Gli avvenimenti, dal Tanaro all'autostrada.

5 - L'appartenenza a questo gruppo é stata o é importante per te?
E' fondamentale. Di stimolo continuo. E' un grande gruppo, anche se a qualcuno non va.

6 - La lettura dei racconti conferma l'unicità del progetto: i racconti sembrano temi scritti nella stessa aula da studenti della stessa classe. eppure sono così diversi nello stile, nelle ambientazioni. Come è stato possibile?
La fantasia gioca questi scherzi.

7 - Come possono coesistere autori indubbiamente molto conosciuti e sconosciuti o quasi nella stessa antologia senza creare scompensi?
Chiedilo agli altri, io ho cercato di non far troppi danni, di non abbassare la media dei voti.

8 - Progetti a venire?

Un'altra antologia, spero, un book con foto e un mio racconto, le sfide con me stesso attraverso i concorsi. Non sono uno scrittore... Ah, il blog con meno lettori del web....

9 - Vedi un futuro per Melissa e Bad Prisma?
Lo spero, ma noi ci saremo? Sarei curioso di scoprire cosa è successo dopo la settima notte, o alla bambola di Nerozzi, e .....

10 - Fatti una domanda e datti una risposta, che dieci è un bel numero e io ho già fatto il titolo.....
ecco la domanda : Hai un desiderio da esprimere prima di tornare nel buio?

ecco la risposta : Mi piacerebbe che qualcuno, anche a livello amatoriale, didattico, semiprofessionale facesse un corto da "La Settima Notte". Magari una scuola... coraggiosa.