
Non ricordo come sia cominciata tutta quella storia. Ma so che oggi, a distanza di più di trentanni, nelle cene tra vecchi amici, vien fuori sempre qualche racconto, aneddoto o flash su quel periodo.
E ogni anno che passa porta nuovi colori al ricordo, facendo sempre più leggendaria e unica quell'epoca di sperimentazione e condivisione.
Ricordo anche che io non volevo fare l'attore, volevo solo partecipare, aiutare, dare una mano.
Qualche anno dopo, mi sarei infilato in una scuola d'Arte Drammatica a studiare.
Ma questa è un'altra storia.
Partecipai alla realizzazione di un film in Super8, l'unico supporto possibile per una "produzione"
squattrinata e perennemente alla ricerca di una Cinquecento lire di benzina.
Si trattava di una trasposizione della fiaba "Salta nel mio sacco!" da "Fiabe Italiane" di Italo Calvino.
Una domenica mattina il regista, e mente del progetto, mi disse:
"Mi serve un giovane bello, con il tuo fisico magro, per il giocatore del casinò che si suicida."
Io dissi che eravamo tutti magri e belli, non c'era bisogno di me. Ma lui insisteva, e alla fine, sfinito, accettai.
Pino, il regista, aveva una dote che tutti gli riconoscevano. Riusciva a convincere, coinvolgere tutti quelli che gli capitavano a tiro. Nessuno ha mai capito come, ma lui era terribile. Non avevi scampo, se decideva che dovevi partecipare al suo lavoro.
E quella mattina andò così.
Mi guidò lungo la scala che portava al piano superiore del casinò, e mi spiegò che il suicida si pugnalava sul pianerottolo. Voleva che il suicida fosse inquadrato dopo la coltellata, steso a terra.
Ma come?
"In maniera naturale" , disse.
"Devi scivolare, il tuo corpo si deve accasciare, come senza vita improvvisamente..."
Una bella spiegazione. Provai un paio di volte, ma il movimento non era naturale e la postura che ne risultava anche. Mi fece vedere come fare.
Allora riprovai, ancora un paio di volte.
Alla terza, sfinito e nervoso, mi lascia cadere con manifestata insofferenza. Ma nel cadere la schiena picchiò contro il basamento di una mezza colonna che adornava il pianerottolo. Quello spigolo penetrò nel mio costato lasciandomi senza fiato e incapace di muovermi.

Sentii Pino urlare.
"Bravo, perfetto, te lo dicevo io... bravo, non muoverti..."
Io non avrei potuto. Ero senza fiato, quasi certo di essermi spaccato qualcosa.
Pino saltellava intorno, mi mise il coltello accanto.
"Bisogna far vedere il sangue che esce..."
Con gli occhi lo seguivo nel suo lavoro. Tirò fuori dalla busta di plastica un barattolo di vetro.
"Sugo al pomodoro. Rosso come il sangue."
Gli feci notare con un filo di voce che giravamo in bianco e nero.
"Non c'entra nulla!" fu la risposta.
Aprì il barattolo, lo avvicinò alla camicia e cominciò a versarlo. Il sugo era ghiacciato. Macchiò la camicia, ma ne versò ancora. Dopo un paio di minuti lo sentii passare la stoffa e colare sulla pelle, ghiacciato e unto. Una sensazione sgradevole, ma che non potevo fermare. Ero morto, in fondo.
Girammo la scena, con altri giocatori che guardavano quel povero giovane suicida e il protagonista che arrivava per giocare anche lui al piano superiore.
Attimi interminabili di dolore e freddo.
Poi "Ok, fatto, si cambia".
Mi rialzai, dolorante e unto.
Ancora una volta convinto che il cinema fosse finzione, ma il dolore che provoca è reale. Sure!
